Ricomincio da me.
Ricomincio da lontano, nel tempo e nello spazio.
E più vado avanti e più mi rendo conto che tutto ha un senso, che tutto non è casuale se guardi bene.
Ripesco nella memoria cose soffocate, dimenticate, allontanate.
E tu non sai quello che stai facendo, quanto stai facendo.
Ti sei buttato dentro e adesso riemergi portandomi a galla cose che non pensavo più di avere.
‘Caspita, non ricordavo proprio…’
E mi chiedo come fai a sapere, come fai ad aver sempre saputo che le cose stavano proprio così. Io che a volte non guardo al di là del mio naso, rimango di stucco quando mi trovo davanti a me stessa senza neanche accorgermene.
PERCHÈ È COSÌ CHE SONO SEMPRE STATA. Così come dici tu. Ma non me lo ricordavo più. Già…non me lo ricordavo più. E anche adesso faccio fatica a ricordare.
Ma come fa uno a dimenticarsi di com’è?? Eppure si sta sempre insieme a se stessi.
E allora perché spingersi oltre e perdersi? A quale costo? la compagnia, la casa, l’abitudine….non so davvero.
Sta di fatto che succede.
Ma tu sei dentro di me e hai deciso che vuoi aiutarmi a ritrovare quello che ho perso.
E ricordo una canzone che mi piaceva. Mi piaceva e basta, senza una ragione precisa. La ragione l’ho trovata adesso.
E la canzone faceva così:
“Tu sei dentro di me, come l’alta marea che scompare e riappare portandomi via. La ragione profonda, la passione l’idea, la paura tremenda che tu non sia mia…..
Autostrade deserte, ai confini del mare...."
Ma a volte si parla in astratto e allora è necessario vedere le cose anche in modo più realistico.
Sì perché bisogna pensarci bene e decidere il modo in cui si vuole vivere. Già, il MODO.
Il tempo deve essere vissuto in modo positivo. giusto La routine esiste, certo. Ma dev’essere una routine salutare ad ognuno di noi, positiva, in parole povere. Fai quello che ti piace, quello che ti far star bene, almeno, per quello che è possibile. difficile ma giusto
E questo vale principalmente per la persona stessa, ma poi di conseguenza, e non è una cosa da sottovalutare, anche per la vita di coppia. questo è sacrosanto
Bisogna avere piacere di vivere ogni parte della giornata o comunque mantenere un equilibrio di emozioni. Perché il brutto non è mai brutto del tutto.
E il tempo dimostrerà tante altre cose che ancora non so. Ma forse tu sì, lo sai e io mi fido di te.
martedì, ottobre 27, 2009
venerdì, settembre 04, 2009
Vorrei che le tue labbra fossero il vento leggero che attraversa le mie stanze.
Vorrei che la tua pelle fosse la luce che entra dalle finestre.
Vorrei che la tua voce fosse fra le lenzuola del letto.
Vorrei che il tuo respiro si spargesse come un profumo in tutta la casa e che in ogni momento mi sussurrasse il mio nome.
Vorrei che non ti stancassi mai di sentire il battito del mio cuore e che non ti stancassi mai di ascoltare il tuo.
Vorrei cibarmi tutti i giorni della tua poesia e scoprire che è nata solo per me.
Vorrei che non avessi mai paura di osservare, di curiosare, di stupirti della bellezza del mondo, perchè noi ne facciamo parte.
Vorrei starti accanto per vedere attraverso i tuoi occhi e scoprire che la vita è ancora più bella di quanto avessi mai immaginato.
Vorrei che la tua pelle fosse la luce che entra dalle finestre.
Vorrei che la tua voce fosse fra le lenzuola del letto.
Vorrei che il tuo respiro si spargesse come un profumo in tutta la casa e che in ogni momento mi sussurrasse il mio nome.
Vorrei che non ti stancassi mai di sentire il battito del mio cuore e che non ti stancassi mai di ascoltare il tuo.
Vorrei cibarmi tutti i giorni della tua poesia e scoprire che è nata solo per me.
Vorrei che non avessi mai paura di osservare, di curiosare, di stupirti della bellezza del mondo, perchè noi ne facciamo parte.
Vorrei starti accanto per vedere attraverso i tuoi occhi e scoprire che la vita è ancora più bella di quanto avessi mai immaginato.
martedì, agosto 18, 2009
Ballare dovrebbe essere puro divertimento. Dovrebbe essere qualcosa come: mi piace questa musica, me la sento dentro e mi muovo perché così mi viene. Poi se so i passi meglio ancora. Ma a volte non è così.
Prendi il latino-americano. Se vai in Spagna è un divertimento fantastico. Ci si guarda, si ride, guardi la gente che balla e quasi riesci a vedere la musica che gli scorre dentro. Loro stessi diventano musica perché il ritmo, le parole sono allegri, divertenti, leggeri.
E poi dopo essere stato in Spagna prova a tornare in Italia: la gente mentre balla non si guarda, è seria, concentrata sui passi, che diventano meccanici, si guardano intorno per assicurarsi di essere ammiratri e vantarsi di tutte le lezioni per cui hanno pagato. La musica dov’è? Arriva da fuori. Con il loro corpo rigido, i movimenti meccanici, gli sguardi seri, la saccheggiano della sua solarità, della sua vita. Che tristezza, mi viene da pensare. E dov’è finito il divertimento?
Ma non per questo divento triste. Viaggiare serve anche a questo: capisci che una stessa cosa può essere diversa da paese a paese, che a volte fuori casa ci sono cose migliori e che non è detto che se nasci in un posto devi per forza seguire quella cultura, puoi sempre essere cittadino del mondo ed essere libero di copiare o prendere in prestito un'abitudine migliore della tua.
Prendi il latino-americano. Se vai in Spagna è un divertimento fantastico. Ci si guarda, si ride, guardi la gente che balla e quasi riesci a vedere la musica che gli scorre dentro. Loro stessi diventano musica perché il ritmo, le parole sono allegri, divertenti, leggeri.
E poi dopo essere stato in Spagna prova a tornare in Italia: la gente mentre balla non si guarda, è seria, concentrata sui passi, che diventano meccanici, si guardano intorno per assicurarsi di essere ammiratri e vantarsi di tutte le lezioni per cui hanno pagato. La musica dov’è? Arriva da fuori. Con il loro corpo rigido, i movimenti meccanici, gli sguardi seri, la saccheggiano della sua solarità, della sua vita. Che tristezza, mi viene da pensare. E dov’è finito il divertimento?
Ma non per questo divento triste. Viaggiare serve anche a questo: capisci che una stessa cosa può essere diversa da paese a paese, che a volte fuori casa ci sono cose migliori e che non è detto che se nasci in un posto devi per forza seguire quella cultura, puoi sempre essere cittadino del mondo ed essere libero di copiare o prendere in prestito un'abitudine migliore della tua.
venerdì, luglio 24, 2009
A VOLTE
A volte il mondo crollava e quando accadeva venivo travolta in una bufera di non senso e allora via a cercare di capire quale fosse l'inizio di tutto, quale fosse la ragione. Ma non potevo trovarla, non c'era o se mai ci fosse stata non la potevo trovare, io.
A volte le mie forze crollavano e mi arrendevo, non c'era modo di uscire dalla burrasca, bisognava aspettare che finisse, non senza aver lasciato segni. Poi tutto passa certo, poi uscirà anche l'arcobaleno...ma a che prezzo?
A volte la mia immagine non era quella vera, a volte sparivo dentro e non volevo più uscire.
A volte, certo, a volte, perchè fosse stato sempre avrei nuotato verso l'alto molto prima.
A volte accadeva, a volte, ora non più.
A volte il mondo crollava e quando accadeva venivo travolta in una bufera di non senso e allora via a cercare di capire quale fosse l'inizio di tutto, quale fosse la ragione. Ma non potevo trovarla, non c'era o se mai ci fosse stata non la potevo trovare, io.
A volte le mie forze crollavano e mi arrendevo, non c'era modo di uscire dalla burrasca, bisognava aspettare che finisse, non senza aver lasciato segni. Poi tutto passa certo, poi uscirà anche l'arcobaleno...ma a che prezzo?
A volte la mia immagine non era quella vera, a volte sparivo dentro e non volevo più uscire.
A volte, certo, a volte, perchè fosse stato sempre avrei nuotato verso l'alto molto prima.
A volte accadeva, a volte, ora non più.
domenica, luglio 19, 2009
Questa terra mi scorre sotto gli occhi:
campi coltivati, terra rossa, ulivi, pomodori, campagna, campagna e campagna, vecchie cascine abbandonate, e poi ancora campi di pomodori, ragazzi neri piegati a raccogliere quello che noi avremo nel piatto e campagna, campagna, campagna lasciata sola, dimenticata, come se non ci fosse, e poi di nuovo bellissimi ulivi, ulivi e ulivi. Stop.
Paese. Tante palme (!!!), palme a fianco alle case, case, case bianche, case bianche col tetto piatto, case bianche col tetto piatto e gli infissi colorati ma anche case gialle, arancioni, bellissime, mi ricordano qualcosa dell'Andalusia (e in effetti la Storia mi da ragione). Le piazze, le viette strette, i mattoni bianchi delle chiese e gli anziani, tanti anziani seduti fuori casa, seduti davanti alla propria casa o a quella del vicino, seduti a prendere il fresco e a chiacchierare, a chiacchierare di chissà cosa, in quel dialetto che non capisco, un dialetto lontano chilometri e chilometri da me. E io chi sono? Mai vista, nuova, mah, di passaggio, turista, amica di amici, bianca, molto bianca. Stop.
Una chiesa e un cane. Un cane solo, come la campagna lasciata sola, solo come tanti cani soli. Perchè i cani anche se sono in gruppo sono soli, senza un padrone. Tanti cani liberi, cani marroni, bianchi, neri, piccoli, medi, non ti guardano, non hanno mai avuto un padrone e non sanno cosa farsene di te. Chissà cosa fanno tutto il giorno, girano, scorrazzano per il paese, per la periferia del paese, per la campagna, annusano, cercano, si sdraiano al sole, poi al fresco, e girano, girano soli, a caso, senza meta. Solo che sono nati lì e non possono farci niente, proprio niente, girano e basta. Stop.
Acqua, finalmente, mare, spiagge, non una, tante, tante spiagge, lunghe, bianche, piccole, deserte, affollate, con famiglie, bambini, nonni, cugini, zii, vicini di casa, suoceri, e quelle con i gay, uomini che si baciano, gente tranquilla, senza problemi, col costume o senza, nessun problema, siamo tutti uguali, tutte persone, sole o in compagnia, con la mamma o il compagno, siamo tutte persone, tutti fatti nello stesso modo in acqua o in spiaggia, sotto l'ombrellone o sotto le onde.
Acqua pulita, finalmente, acqua pulita sotto il sole caldo, caldissimo, aria pulita e leggera dopo un inverno lungo e pesante. Stop.
Terra di lavoro, di acqua, di storia, di chiesa, di cani, di chiacchiere, di famiglia, di luce, di amore, di strade, asfalto e polvere.
Forse tornerò, se anche tu ti sei accorta di me, tornerò a trovarti, terra.
martedì, giugno 23, 2009
Pomeriggio presto di metà giugno.
Un aula con quattro cabine. Tre urne. Ai muri ancora l'alfabeto per i bambini di una prima elementare che adesso si staranno gedendo le meritate (o non meritate) vacanze.
Noi invece siamo qui, ad aspettare un numero di elettori che dia senso al nostro lavoro ma che non arriverà mai. C'è molta tranquillità. O forse bisognerebbe chiamarla indifferenza o leggerezza o senso di impotenza, ognuno troverà il termine più giusto per giustificare il non essere andato a votare.
Sta di fatto che noi oggi dobbiamo stare qua. E nella noia di una giornata che sarà ricordata solo per la triste bassa affluenza di elettori, accanto a me c'è un uomo, un lettore di quotidiani di un'altra generazione che sfoglia il giornale.
Ma la sua non è solo una lettura...è un rito. Una pagina dopo l'altra, i movimenti sono sempre identici: girare la pagina, piegare il giornale, con un rapido e deciso movimento della mano sistemare il foglio, che non deve mai essere in disordine ma sempre in linea con gli altri che stanno sotto, alzare un po' la parte superiore del giornale e via a leggere. Si intuisce da parte di questo lettore un certo piacere in questi gesti perchè la cosa che più stupisce è che arrivato alla fine del giornale e dopo una pausa, il rito ricomincia da capo per una seconda lettura.
D'altronde oggi non c'è fretta. Il tram tram quotidiano in questi giorni è sospeso. Tutto va più al rallentatore.
Nella lentezza di queste giornate ti accorgi di quanti piccoli gesti ti puoi perdere in un giorno qualsiasi, di quante piccole grandi azioni potresti compiere e invece non lo fai, perchè hai fretta e devi correre, devi andare al lavoro e poi tornare a casa e fare da mangiare o stirare e controllare la mail e poi fare la spesa e di corsa a letto.
E allora non hai tempo di leggere, di guardare fuori dalla finestra, di fare due parole col vicino di casa (che neanche conosci), di fare una passeggiata per il viale.
E sei troppo distratto per accorgerti che le rose stanno fiorendo e che l'aria è troppo inquinata, che la tua compagna si è tagliata i capelli per te e che ha voglia di parlarti o semplicemente abbracciarti, che il tuo cane vuole giocare con te e tu neanche lo accarezzi.
E la vita ti scivola fra le dita e tu non ti accorgi neanche di averla vissuta.
p.s. per fortuna siamo ancora in tempo per evitare tutto questo:-)
Un aula con quattro cabine. Tre urne. Ai muri ancora l'alfabeto per i bambini di una prima elementare che adesso si staranno gedendo le meritate (o non meritate) vacanze.
Noi invece siamo qui, ad aspettare un numero di elettori che dia senso al nostro lavoro ma che non arriverà mai. C'è molta tranquillità. O forse bisognerebbe chiamarla indifferenza o leggerezza o senso di impotenza, ognuno troverà il termine più giusto per giustificare il non essere andato a votare.
Sta di fatto che noi oggi dobbiamo stare qua. E nella noia di una giornata che sarà ricordata solo per la triste bassa affluenza di elettori, accanto a me c'è un uomo, un lettore di quotidiani di un'altra generazione che sfoglia il giornale.
Ma la sua non è solo una lettura...è un rito. Una pagina dopo l'altra, i movimenti sono sempre identici: girare la pagina, piegare il giornale, con un rapido e deciso movimento della mano sistemare il foglio, che non deve mai essere in disordine ma sempre in linea con gli altri che stanno sotto, alzare un po' la parte superiore del giornale e via a leggere. Si intuisce da parte di questo lettore un certo piacere in questi gesti perchè la cosa che più stupisce è che arrivato alla fine del giornale e dopo una pausa, il rito ricomincia da capo per una seconda lettura.
D'altronde oggi non c'è fretta. Il tram tram quotidiano in questi giorni è sospeso. Tutto va più al rallentatore.
Nella lentezza di queste giornate ti accorgi di quanti piccoli gesti ti puoi perdere in un giorno qualsiasi, di quante piccole grandi azioni potresti compiere e invece non lo fai, perchè hai fretta e devi correre, devi andare al lavoro e poi tornare a casa e fare da mangiare o stirare e controllare la mail e poi fare la spesa e di corsa a letto.
E allora non hai tempo di leggere, di guardare fuori dalla finestra, di fare due parole col vicino di casa (che neanche conosci), di fare una passeggiata per il viale.
E sei troppo distratto per accorgerti che le rose stanno fiorendo e che l'aria è troppo inquinata, che la tua compagna si è tagliata i capelli per te e che ha voglia di parlarti o semplicemente abbracciarti, che il tuo cane vuole giocare con te e tu neanche lo accarezzi.
E la vita ti scivola fra le dita e tu non ti accorgi neanche di averla vissuta.
p.s. per fortuna siamo ancora in tempo per evitare tutto questo:-)
giovedì, giugno 18, 2009
La felicità si assapora da dentro.
La felicità vuol dire essere liberi di sentirsi se stessi, di scegliere liberamente le parole che si vogliono usare, di camminare o di stare fermi nel momento in cui si ritiene sia più giusto.
Bisogna sentirsi liberi di arrabbiarsi ma anche di stare in pace, di viaggiare o di dormire, di mangiare o di digiunare.
A volte alcune libertà sono apparenti o a volte non si ha la stessa idea di libertà.
E allora ricomincio da qua. Dalla libertà. E dalla felicità.
La felicità vuol dire essere liberi di sentirsi se stessi, di scegliere liberamente le parole che si vogliono usare, di camminare o di stare fermi nel momento in cui si ritiene sia più giusto.
Bisogna sentirsi liberi di arrabbiarsi ma anche di stare in pace, di viaggiare o di dormire, di mangiare o di digiunare.
A volte alcune libertà sono apparenti o a volte non si ha la stessa idea di libertà.
E allora ricomincio da qua. Dalla libertà. E dalla felicità.
mercoledì, febbraio 18, 2009
Io e mio fratello.
Mio fratello: "Certo che questi militari, invece di mandarli a fare una guerra stupida o addestrarli a fare niente qui in Italia, li potrebbero usare per altre cose, più utili alla società"
Io: "Sì come ad esempio lottare contro la mafia"
...
Lui: "Che poi, cosa fanno tutti i giorni in caserma?"
Io: "C'è il moroso di una mia amica che è militare e lui si allena tutti i giorni e poi d'inverno va a fare gli allenamenti sugli sci in montagna, tra una cosa e l'altra è sempre abbronzato"
Lui: "Già
...
Lui: "Potrebbero davvero usarli per cose più utili"
...
Lui: "Ad esempio per scoprire chi ha incastrato Roger Rabbit"
:-)
Io: "Oppure chi ha ucciso l'Uomo ragno"
Lui: "O che fine ha fatto Carmen Sandiego"
Io: "O dov'è finita Susan che stanno ancora cercando disperatamente"
Stiamo parlando del nulla, appunto...
giovedì, febbraio 05, 2009
lunedì, febbraio 02, 2009
La finestra e il passato
Leggo il blog di un caro amico e realizzo d'un colpo che la prospettiva dalla mia finestra è cambiata, o meglio, è ritornata quella di tre anni fa. Nel frattempo sono cambiate molte cose: prima di tutto la finestra:-) ma poi anche la mia camera, i mobili (quelli che ci sono e quelli che non ci sono più), gli oggetti, i libri: quelli di scuola, quelli consigliati da persone molto care e quelli che ho scelto io. Ma forse soprattutto, inutile dirlo, sono cambiata io. Ma questo è un discorso molto vano e inutile.
La cosa invece più carina è che proprio di fronte alla finestra della mia camera adesso c'è la finestra di una bimba di 11-12 anni (o forse già ragazzina...boh, è un'eta indecifrabile). Le pareti sono verde chiaro, sugli scaffali ha i libri di scuola. La mamma ha deciso, non so perchè, di non mettere tende, così quando lei è alla scrivania che studia io la vedo. L'ho vista anche domenica pomeriggio. E ho pensato che era un peccato che fosse lì a studiare con la testa piegata su un libro. Con la sua treccia lunga, a volte sbadiglia, perchè in effetti lo studio spesso mette sonno. E a me viene da soridere perchè in fondo rivedo me stessa. Mi stupisco della tenacia con cui studiavo, della volontà con cui rinunciavo ad uscire per stare sui libri o della forza che dimostravo a me stessa svegliandomi presto per ripassare (e forse non ce n'era neanche bisogno).
A volte compaiono i genitori nella camera, parlano, o forse le fanno compagnia. Chissà quali sono i suoi pensieri, spero siano leggeri, spero lo siano ancora per molto tempo. Spero possa vivere libera di scegliere e di fare quello che più le piace. Spero trovi la sua strada, ma non molto presto. A volte vivere nell'inconsapevolezza è meglio. E' giusto invece cercare, provare, buttarsi, poi pentirsi, tornare indietro, sbagliare, riprovare. Massì è meglio così, che pretendere di fare sempre tutto giusto, tutto come va fatto per paura di ferire, di stare male, di fare la cosa sbagliata.
Forse a volte è meglio precipitare nel vuoto che correre su una strada sempre dritta (o forse no?).
Leggo il blog di un caro amico e realizzo d'un colpo che la prospettiva dalla mia finestra è cambiata, o meglio, è ritornata quella di tre anni fa. Nel frattempo sono cambiate molte cose: prima di tutto la finestra:-) ma poi anche la mia camera, i mobili (quelli che ci sono e quelli che non ci sono più), gli oggetti, i libri: quelli di scuola, quelli consigliati da persone molto care e quelli che ho scelto io. Ma forse soprattutto, inutile dirlo, sono cambiata io. Ma questo è un discorso molto vano e inutile.
La cosa invece più carina è che proprio di fronte alla finestra della mia camera adesso c'è la finestra di una bimba di 11-12 anni (o forse già ragazzina...boh, è un'eta indecifrabile). Le pareti sono verde chiaro, sugli scaffali ha i libri di scuola. La mamma ha deciso, non so perchè, di non mettere tende, così quando lei è alla scrivania che studia io la vedo. L'ho vista anche domenica pomeriggio. E ho pensato che era un peccato che fosse lì a studiare con la testa piegata su un libro. Con la sua treccia lunga, a volte sbadiglia, perchè in effetti lo studio spesso mette sonno. E a me viene da soridere perchè in fondo rivedo me stessa. Mi stupisco della tenacia con cui studiavo, della volontà con cui rinunciavo ad uscire per stare sui libri o della forza che dimostravo a me stessa svegliandomi presto per ripassare (e forse non ce n'era neanche bisogno).
A volte compaiono i genitori nella camera, parlano, o forse le fanno compagnia. Chissà quali sono i suoi pensieri, spero siano leggeri, spero lo siano ancora per molto tempo. Spero possa vivere libera di scegliere e di fare quello che più le piace. Spero trovi la sua strada, ma non molto presto. A volte vivere nell'inconsapevolezza è meglio. E' giusto invece cercare, provare, buttarsi, poi pentirsi, tornare indietro, sbagliare, riprovare. Massì è meglio così, che pretendere di fare sempre tutto giusto, tutto come va fatto per paura di ferire, di stare male, di fare la cosa sbagliata.
Forse a volte è meglio precipitare nel vuoto che correre su una strada sempre dritta (o forse no?).
sabato, gennaio 31, 2009
E poi ad un tratto succede qualcosa. Mentre precipito, la mia gonna si apre a campana, così come quella di Alice, e mi fa da paracadute. Così la discesa rallenta. Anzi non è più una discesa. Adesso fluttuo dolcemente. Intorno non ho più pareti. Vedo il cielo azzurro e qualche nuvola bianca molto alta. Comincio a pensare che questo vagheggiare sia piacevole tutto sommato. Guardo giù e non ho più paura, sono sicura che la mia gonna terrà. Vedo tutto piccolo dall'alto, mi sembra tutto così bello, così normale. Vedo qualcuno che prende la macchina per andare al lavoro, qualcuno che fa la spesa o una donna affacciata al balcone che sbatte i tappeti. C'è gente che passeggia, gente che corre, gente che sfreccia. Ma io per ora sono contenta di essere quassù, da sola, a vagare leggermente, senza pesi, senza pensieri brutti. Solo un presente infinito, molto luminoso.
domenica, gennaio 18, 2009
Non è facile descrivere il senso di vuoto. E' come una caduta infinita, trattieni il respiro, aspetti di atterrare, lo speri, forse ci sei quasi..e invece continui a precipitare. Come nella prima scena di "Alice nel paese delle meraviglie" quando la bambina curiosa si infila nella tana del Bianconiglio e comincia a scendere sempre più giù senza mai fermarsi. Nella tana tutto è sottosopra, sono oggetti strani, nuovi, che incuriosiscono e che spaventano.
E intanto precipiti, non si vede mai la fine o se si vede, a volte, fa paura e allora ti giri indietro e pensi che se ci fosse un qualche modo, potresti anche tornare indietro. Ma il problema è che ormai non vedi neanche più l'inizio. Sei a metà e una soluzione per fermarti la devi trovare. Non puoi continuare a tenere il fiato per sempre...
E intanto precipiti, non si vede mai la fine o se si vede, a volte, fa paura e allora ti giri indietro e pensi che se ci fosse un qualche modo, potresti anche tornare indietro. Ma il problema è che ormai non vedi neanche più l'inizio. Sei a metà e una soluzione per fermarti la devi trovare. Non puoi continuare a tenere il fiato per sempre...
mercoledì, dicembre 17, 2008
PIOGGIA
E dopo la nebbia c'è stata la neve, tanta neve, sugli alberi, sulle strade, .... e adesso la pioggia. Tantissima pioggia, che cade incessantemente, si infila nelle fessure, inganna le finestre, riempie i fossi, le cantine, allaga la città, i cortili, bagna i muri, i mobili. Ormai mi sono rassegnata ad avere una cantina-piscina, bottiglie che galleggiano, scatoloni inzuppati, quaderni rovinati.
E poi pompieri che vanno e vengono, le pompe che succhiano l'acqua, gente che entra e esce dai cortili, tutti i portoni aperti, sembra un'altra città, tutto più libero, tutti più amici, più vicini. Ma bisogna essere veri "vicini" solo in questi casi? Però tutto sommato è divertente. Siamo tutti più buffi con questi stivaloni da pioggia. La via per una volta sembra viva. Comunque anche in questi casi i piemontesi si dimostrano tali. Nessuna scenata, nessuna frenesia, solo quello che basta. Non ci scomponiamo, tutto passa, tutto si metterà a posto.
La pioggia, come rabbia irrefrenabile, cade su tutto, spazza via i resti di neve, li scioglie, costantemente, schiaccia le foglie sul marciapiede. La pioggia non lascia via di scampo, non salva niente, è irrimediabilmente furiosa. Ma forse la soluzione è che bisogna semplicemente accettare che ci sia, che forse qualche ragione alla sua ira c'è. Forse arriva da lontano, da caldi estivi mai stemperati, dall'afa che rende opachi i pensieri, dagli incendi che nella stagione più calda colpiscono al cuore i boschi. Forse, non soltanto c'è una ragione, ma è giusto così, è giusto che si sfoghi perchè così dimostra di esistere, di esserci.
E dopo la nebbia c'è stata la neve, tanta neve, sugli alberi, sulle strade, .... e adesso la pioggia. Tantissima pioggia, che cade incessantemente, si infila nelle fessure, inganna le finestre, riempie i fossi, le cantine, allaga la città, i cortili, bagna i muri, i mobili. Ormai mi sono rassegnata ad avere una cantina-piscina, bottiglie che galleggiano, scatoloni inzuppati, quaderni rovinati.
E poi pompieri che vanno e vengono, le pompe che succhiano l'acqua, gente che entra e esce dai cortili, tutti i portoni aperti, sembra un'altra città, tutto più libero, tutti più amici, più vicini. Ma bisogna essere veri "vicini" solo in questi casi? Però tutto sommato è divertente. Siamo tutti più buffi con questi stivaloni da pioggia. La via per una volta sembra viva. Comunque anche in questi casi i piemontesi si dimostrano tali. Nessuna scenata, nessuna frenesia, solo quello che basta. Non ci scomponiamo, tutto passa, tutto si metterà a posto.
La pioggia, come rabbia irrefrenabile, cade su tutto, spazza via i resti di neve, li scioglie, costantemente, schiaccia le foglie sul marciapiede. La pioggia non lascia via di scampo, non salva niente, è irrimediabilmente furiosa. Ma forse la soluzione è che bisogna semplicemente accettare che ci sia, che forse qualche ragione alla sua ira c'è. Forse arriva da lontano, da caldi estivi mai stemperati, dall'afa che rende opachi i pensieri, dagli incendi che nella stagione più calda colpiscono al cuore i boschi. Forse, non soltanto c'è una ragione, ma è giusto così, è giusto che si sfoghi perchè così dimostra di esistere, di esserci.
domenica, ottobre 26, 2008
NEBBIA
E' tornata la nebbia in città.
E' una di quelle certezze che quasi consolano. Come la vecchina alla finestra o il signore col cagnolino, il meccanico che ogni giorna ti saluta e mille altre cose.
Questa nube di panna copre tutto. Le case, le macchine, i bidoni, le persone. L'aria è ovattata, i rumori sono più sordi, più lontani. Lei si sposta ovunque, ti entra persino nelle ossa - e io che ho steso oggi...i panni si bagneranno ancora di più, e solo domani si asciugheranno. Ti entra fra i vestiti, si posa sulle ciglia, sulle guance, fra i capelli, sì perchè la nebbia è umida e quando ti sorprende non te ne liberi più.
Nebbia in città. Nebbia sulle cose.
Nebbia sui vestiti. Nebbia sul viso.
Nebbia nei pensieri.
La pelle la assorbe e piano piano ti entra dentro e senza neanche accorgertene in un attimo è al cuore. A quel punto, quando tutto d'un colpo, in mezzo alla strada, ti trovi davanti alla nebbia e non vedi più niente...eh beh, un po' ti spaventi. Dove vai? Allora ti fermi e pensi che qualcosa succederà, che qualcuno passerà e risolverà tutto. Il tempo passa ma a volte la nebbia, soprattutto qua in pianura, non se ne va proprio. Diventa parte del paesaggio. Allora cominci a renderti conto che devi fare qualcosa. Che devi nuotarci, in questa nebbia, per uscirne, o almeno per arrivare a casa.
Il pezzo finisce qua perchè la nebbia c'è ancora.
E' tornata la nebbia in città.
E' una di quelle certezze che quasi consolano. Come la vecchina alla finestra o il signore col cagnolino, il meccanico che ogni giorna ti saluta e mille altre cose.
Questa nube di panna copre tutto. Le case, le macchine, i bidoni, le persone. L'aria è ovattata, i rumori sono più sordi, più lontani. Lei si sposta ovunque, ti entra persino nelle ossa - e io che ho steso oggi...i panni si bagneranno ancora di più, e solo domani si asciugheranno. Ti entra fra i vestiti, si posa sulle ciglia, sulle guance, fra i capelli, sì perchè la nebbia è umida e quando ti sorprende non te ne liberi più.
Nebbia in città. Nebbia sulle cose.
Nebbia sui vestiti. Nebbia sul viso.
Nebbia nei pensieri.
La pelle la assorbe e piano piano ti entra dentro e senza neanche accorgertene in un attimo è al cuore. A quel punto, quando tutto d'un colpo, in mezzo alla strada, ti trovi davanti alla nebbia e non vedi più niente...eh beh, un po' ti spaventi. Dove vai? Allora ti fermi e pensi che qualcosa succederà, che qualcuno passerà e risolverà tutto. Il tempo passa ma a volte la nebbia, soprattutto qua in pianura, non se ne va proprio. Diventa parte del paesaggio. Allora cominci a renderti conto che devi fare qualcosa. Che devi nuotarci, in questa nebbia, per uscirne, o almeno per arrivare a casa.
Il pezzo finisce qua perchè la nebbia c'è ancora.
mercoledì, ottobre 08, 2008
Che ne dici se ce ne stessimo noi due, qui, per sempre? Potrebbe essere una buona idea. Qui, distesi sul teppeto. Tu con le tue zampe lunghe distese e io, tutto il mio corpo a terra, arresa alla quiete immobile. Oppure potremmo alzarci, un bel giorno, e camminare. Fare un giro che non finisce mai. Tu e io a camminare per l'Italia, per l'Europa o per il mondo. Se ti va di prendere il treno o l'aereo. Questo bisogna metterlo in conto. Un po' al mare, un po' in montagna, per i campi, i boschi, i ruscelli. Dove ci pare.
Tu che spesso mi rubi un sorriso. Tu che a volte mi sollevi dalla tristezza. Tu che dormi. Il tuo sonno, leggero, mi consola.
Tu che spesso mi rubi un sorriso. Tu che a volte mi sollevi dalla tristezza. Tu che dormi. Il tuo sonno, leggero, mi consola.
martedì, settembre 09, 2008
Il sud è così lontano?
primo scenario
Sono in una deliziosa piazzetta di Pisa. Molte panchine, poca gente. Gli alberi, l'ombra e io sto leggendo un libro che mi è stato regalato. Non sono proprio al centro della panchina. Stare al centro della panchina è come stare in mezzo al letto matrimoniale da soli: sembra di perdersi, di essere ancora più soli. Ci sono delle coppie, dei bambini, gente che va, gente che viene. è una mattina tranquilla.
primo monologo
Con la coda dell'occhio vedo avvicinarsi una persona. è un anziano con la bicicletta. Arriva vicino alla mia panchina e attacca: "Posso sedermi qui?" e senza aspettare la risposta, che comunque sarebbe stata affermativa, si accomoda e continua "sa, con tutta questa gente - e mi indica dei ragazzi mulatti - che si sdraia sulle panchine uno non sa più dove sedersi" e mi guarda come per cercare consenso. Cerco di assumere un'espressione neutra, non so ancora chi ho davanti, non so ancora cosa dire, ero immersa nella mia lettura e mi hanno svegliato bruscamente. E l'anziano continua: "Eppure signorina, sono loro che vanno avanti; noi, che siamo gente per bene - non ho capito poi chi è questa gente PER BENE, mah... - non andiamo da nessuna parte. Mio padre poi...un uomo tutto d'un pezzo, faceva parte dell'alta borghesia. Lui era ligio nella mia educazione...fin troppo. Si immagini che d'estate mi obbligava a studiare il programma che avrei avuto l'anno seguente a scuola. L'ho odiato per questo. Aaahh, io non lo vado a trovare neanche al cimitero. Era severo, troppo, niente affetto. Però mi ha insegnato dei valori e l'onestà. E poi quando è morto mi ha lasciato una grossa eredità. Ma non pensi...io ho sempre lavorato, facevo la libera professione. Un libero professionista non può mica pensare di lavorare per vivere, la sua vita è il lavoro...ma si hanno anche grandi soddisfazioni. Ho sempre lavorato onestamente ma non sono mai arrivato da nessuna parte. Sa chi si arricchisce veramente signorina? - e si avvicina col viso a me e abbassa un po' il tono come se mi stesse svelando il grande segreto del mondo - le persone cattive, avare, disoneste! Non come noi..io dico noi...non so lei però. Mi dica, lei di dov'è?" Evviva! Penso. Posso parlare anch'io! E quindi rispondo:
"Sono di su, di Vercelli, vicino a Torino"
"E allora cosa fa qui a Pisa?"
"sono qui per studio"
"e cosa studia?"
"letteratura spagnola"
"Aaahh, l'avevo capito io che lei è una persona per bene - di nuovo con questa storia delle persone per bene...come avrà fatto poi a capire da due cose che sono PER BENE... e poi continua - si capisce dal modo di parlare, dall'accento - e poi di nuovo con quel tono da rivelazione del secolo - sa, al sud è tutta un'altra cosa - e si ferma un attimo come per sferzare un nuovo attacco - sa con chi ce l'ho io?...Garibaldi! Per Garibaldi era diventata una questione di principio unire l'Italia. Doveva lasciarla separata, così noi - noi chi? - non avremmo tutti questi problemi oggi. Dove crede che vadano tutti i nostri soldi? Al sud, è chiaro. E noi persone per bene lavoriamo - il discorso qui si fa proprio serio... - Garibaldi doveva farsi i fatti suoi e lasciare le cose così come stavano - AIUTO!"
Poi si ferma, sembra stanco. Allora ne approfitto, quasi quasi vado via, non mi sembra predisposto a sentire la mia opinione.
"Adesso devo andare", dico
"Ah, certo certo. Avrà da fare, immagino. Lei lavora? Studia? - penso che forse se ne è dimenticato, beh capita.
"Studio"
"Ah, certo, si capiva che era una persona per bene. Sa mio padre era un uomo tutto d'un pezzo, della borghesia altolocata. Era severo, pensi che mi faceva studiare.... - non ci credo! mi sta raccontando le stesse cose di prima, con le stesse parole e come se fosse la prima volta - ...ma adesso non lo vado a trovare al cimitero... - un po' mi viene da ridere, proprio non sa che queste cose me le ha già dette - ...sa a chi do la colpa io? - e questa volta ovviamente so la risposta, Garibaldi! ma non lo dico, non gli tolgo la soddisfazione di potermelo dire per un'altra volta ma come se fosse la prima, si vede che lo entusiasma rivelarmi questa verità - a Garibaldi!"
Mi ripete questi concetti chiave della sua esistenza per quattro volte!! E mi fa ripetere per altrettante volte dove vivo, cosa faccio e perchè sono a Pisa: "a Vercelli ... a Vercelli ... a Vercelli ... a Vercelli! ... studio ... studio ... studio ... studio!. Mi trascina nella sua folle amnesia e mi sento un po' fuori anch'io - senza offesa, la vecchiaia ha anche aspetti simpatici. Dopo la terza volta che, come in una pellicola che si riavvolge, diciamo le stesse cose, mi viene da ridere, mi sembra di essere in una situazione surreale e mi chiedo se questa conversazione avrà mai una fine o se il nastro continuerà a riavvolgersi all'inifinito.
POi in una delle pause mi alzo, mi dispiace, non voglio essere scortese, ma proprio non ce la faccio più a sentire cose che so già ormai a memoria. Cerco di essere gentile e vado via, un po' sorridendo.
secondo scenario
Sono a casa di una ragazza che ha bisogno di studiare spagnolo. Ragazza strana, sua madre la definisce "sopra le righe" e in effetti è vero, ma tra un congiuntivo e un condizionale ci facciamo anche due risate. L'appartamento è molto grande e sembra che in casa girino molti soldi. C'è una donna delle pulizie, una badante per la nonna e io per la figlia, non male.
secondo monologo
La madre della ragazza entra nella camera dove stiamo studiando:
"Scusate. A. sai chi abita al terzo piano? Mi è caduto un calzino del papà mentre stendevo - stende? mi stupisce, con qul trucco, quelle unghie rosse, quei gioielli, non pensavo si abbassasse a questi lavori, ma magari sono solo miei pregiudizi.
A. ci pensa poi risponde
"Ma sì, quella famiglia meridionale...."
e la madre con la faccia fra lo scocciato e lo schifato:
"mmmm quei terroni! Li odio...che gente!"
"mamma dai!"
"Non sono io che ho iniziato, sono loro. E poi sono gli unici in affitto qui e a loro non interessa niente di questo palazzo"
"Va beh dai mamma glielo vado a chiedere io il calzino"
"Guarda - dice a me - possono anche chiamarmi razzista ma io tutti quei rumeni, albanesi, marocchini e compagnia bella proprio non li sopporto... Gli spagnoli, i francesi, i tedeschi, tutta gente che va bene, ma quelli dell'est proprio li odio. E i terroni anche!" Ecco, bello questo elenco della spesa, ti lascia senza parole.
Appunto: la figlia sta con un dominicano e infatti ridendo dice alla madre:
"strano, non hai citato i sudamericani!"
"Beh, lo davo per scontato! Quelli sono i peggiori!"
E la figlia ride di gusto, alla faccia delle cazzate della madre, è proprio il caso di dire.
Penso agli amici che non abitano qui a Vercelli, ma magari un po' più giù, se sentissero questi discorsi forse si metterebbero a ridere, o forse a piangere. Ma non mi sento offesa.
Provo dispiacere per quelle persone che si precludono la possibilità di conoscerne altre solo per una questione di nord e sud o est e ovest. Mi dispiace per quelle persone il cui campo visivo non va oltre la porta di casa loro ... e meno male che si parla di Europa unita...
primo scenario
Sono in una deliziosa piazzetta di Pisa. Molte panchine, poca gente. Gli alberi, l'ombra e io sto leggendo un libro che mi è stato regalato. Non sono proprio al centro della panchina. Stare al centro della panchina è come stare in mezzo al letto matrimoniale da soli: sembra di perdersi, di essere ancora più soli. Ci sono delle coppie, dei bambini, gente che va, gente che viene. è una mattina tranquilla.
primo monologo
Con la coda dell'occhio vedo avvicinarsi una persona. è un anziano con la bicicletta. Arriva vicino alla mia panchina e attacca: "Posso sedermi qui?" e senza aspettare la risposta, che comunque sarebbe stata affermativa, si accomoda e continua "sa, con tutta questa gente - e mi indica dei ragazzi mulatti - che si sdraia sulle panchine uno non sa più dove sedersi" e mi guarda come per cercare consenso. Cerco di assumere un'espressione neutra, non so ancora chi ho davanti, non so ancora cosa dire, ero immersa nella mia lettura e mi hanno svegliato bruscamente. E l'anziano continua: "Eppure signorina, sono loro che vanno avanti; noi, che siamo gente per bene - non ho capito poi chi è questa gente PER BENE, mah... - non andiamo da nessuna parte. Mio padre poi...un uomo tutto d'un pezzo, faceva parte dell'alta borghesia. Lui era ligio nella mia educazione...fin troppo. Si immagini che d'estate mi obbligava a studiare il programma che avrei avuto l'anno seguente a scuola. L'ho odiato per questo. Aaahh, io non lo vado a trovare neanche al cimitero. Era severo, troppo, niente affetto. Però mi ha insegnato dei valori e l'onestà. E poi quando è morto mi ha lasciato una grossa eredità. Ma non pensi...io ho sempre lavorato, facevo la libera professione. Un libero professionista non può mica pensare di lavorare per vivere, la sua vita è il lavoro...ma si hanno anche grandi soddisfazioni. Ho sempre lavorato onestamente ma non sono mai arrivato da nessuna parte. Sa chi si arricchisce veramente signorina? - e si avvicina col viso a me e abbassa un po' il tono come se mi stesse svelando il grande segreto del mondo - le persone cattive, avare, disoneste! Non come noi..io dico noi...non so lei però. Mi dica, lei di dov'è?" Evviva! Penso. Posso parlare anch'io! E quindi rispondo:
"Sono di su, di Vercelli, vicino a Torino"
"E allora cosa fa qui a Pisa?"
"sono qui per studio"
"e cosa studia?"
"letteratura spagnola"
"Aaahh, l'avevo capito io che lei è una persona per bene - di nuovo con questa storia delle persone per bene...come avrà fatto poi a capire da due cose che sono PER BENE... e poi continua - si capisce dal modo di parlare, dall'accento - e poi di nuovo con quel tono da rivelazione del secolo - sa, al sud è tutta un'altra cosa - e si ferma un attimo come per sferzare un nuovo attacco - sa con chi ce l'ho io?...Garibaldi! Per Garibaldi era diventata una questione di principio unire l'Italia. Doveva lasciarla separata, così noi - noi chi? - non avremmo tutti questi problemi oggi. Dove crede che vadano tutti i nostri soldi? Al sud, è chiaro. E noi persone per bene lavoriamo - il discorso qui si fa proprio serio... - Garibaldi doveva farsi i fatti suoi e lasciare le cose così come stavano - AIUTO!"
Poi si ferma, sembra stanco. Allora ne approfitto, quasi quasi vado via, non mi sembra predisposto a sentire la mia opinione.
"Adesso devo andare", dico
"Ah, certo certo. Avrà da fare, immagino. Lei lavora? Studia? - penso che forse se ne è dimenticato, beh capita.
"Studio"
"Ah, certo, si capiva che era una persona per bene. Sa mio padre era un uomo tutto d'un pezzo, della borghesia altolocata. Era severo, pensi che mi faceva studiare.... - non ci credo! mi sta raccontando le stesse cose di prima, con le stesse parole e come se fosse la prima volta - ...ma adesso non lo vado a trovare al cimitero... - un po' mi viene da ridere, proprio non sa che queste cose me le ha già dette - ...sa a chi do la colpa io? - e questa volta ovviamente so la risposta, Garibaldi! ma non lo dico, non gli tolgo la soddisfazione di potermelo dire per un'altra volta ma come se fosse la prima, si vede che lo entusiasma rivelarmi questa verità - a Garibaldi!"
Mi ripete questi concetti chiave della sua esistenza per quattro volte!! E mi fa ripetere per altrettante volte dove vivo, cosa faccio e perchè sono a Pisa: "a Vercelli ... a Vercelli ... a Vercelli ... a Vercelli! ... studio ... studio ... studio ... studio!. Mi trascina nella sua folle amnesia e mi sento un po' fuori anch'io - senza offesa, la vecchiaia ha anche aspetti simpatici. Dopo la terza volta che, come in una pellicola che si riavvolge, diciamo le stesse cose, mi viene da ridere, mi sembra di essere in una situazione surreale e mi chiedo se questa conversazione avrà mai una fine o se il nastro continuerà a riavvolgersi all'inifinito.
POi in una delle pause mi alzo, mi dispiace, non voglio essere scortese, ma proprio non ce la faccio più a sentire cose che so già ormai a memoria. Cerco di essere gentile e vado via, un po' sorridendo.
secondo scenario
Sono a casa di una ragazza che ha bisogno di studiare spagnolo. Ragazza strana, sua madre la definisce "sopra le righe" e in effetti è vero, ma tra un congiuntivo e un condizionale ci facciamo anche due risate. L'appartamento è molto grande e sembra che in casa girino molti soldi. C'è una donna delle pulizie, una badante per la nonna e io per la figlia, non male.
secondo monologo
La madre della ragazza entra nella camera dove stiamo studiando:
"Scusate. A. sai chi abita al terzo piano? Mi è caduto un calzino del papà mentre stendevo - stende? mi stupisce, con qul trucco, quelle unghie rosse, quei gioielli, non pensavo si abbassasse a questi lavori, ma magari sono solo miei pregiudizi.
A. ci pensa poi risponde
"Ma sì, quella famiglia meridionale...."
e la madre con la faccia fra lo scocciato e lo schifato:
"mmmm quei terroni! Li odio...che gente!"
"mamma dai!"
"Non sono io che ho iniziato, sono loro. E poi sono gli unici in affitto qui e a loro non interessa niente di questo palazzo"
"Va beh dai mamma glielo vado a chiedere io il calzino"
"Guarda - dice a me - possono anche chiamarmi razzista ma io tutti quei rumeni, albanesi, marocchini e compagnia bella proprio non li sopporto... Gli spagnoli, i francesi, i tedeschi, tutta gente che va bene, ma quelli dell'est proprio li odio. E i terroni anche!" Ecco, bello questo elenco della spesa, ti lascia senza parole.
Appunto: la figlia sta con un dominicano e infatti ridendo dice alla madre:
"strano, non hai citato i sudamericani!"
"Beh, lo davo per scontato! Quelli sono i peggiori!"
E la figlia ride di gusto, alla faccia delle cazzate della madre, è proprio il caso di dire.
Penso agli amici che non abitano qui a Vercelli, ma magari un po' più giù, se sentissero questi discorsi forse si metterebbero a ridere, o forse a piangere. Ma non mi sento offesa.
Provo dispiacere per quelle persone che si precludono la possibilità di conoscerne altre solo per una questione di nord e sud o est e ovest. Mi dispiace per quelle persone il cui campo visivo non va oltre la porta di casa loro ... e meno male che si parla di Europa unita...
mercoledì, settembre 03, 2008
Due vite
"Le nostre vite sono fatte di sole coincidenze?" (così era all'incirca) qualcuno ha chiesto.
"Le pillole assolutamente no
O forse la vita è fatta ANCHE di coincidenze?
...mi raccomando...
Le coincidenze non sono SOLO coincidenze, sono barlumi di luce
piuttosto cambia medico
sono come quella lucina tenue, azzurra che un caro amico usa di notte per leggere il suo libro
io non le ho mai prese
e che illuminano quello che noi vogliamo venga illuminato,
ma non vanno bene
la pagina del libro che stiamo leggendo,
lo so di certo.
che ci interessa leggere.
Chi è che dirige la nostra strada? Noi?
Parla molto,
O le lucine?
ma niente pillole".
Certo è che le coincidenze non capitano mai a caso
Tutta quella strada,
mannaggia a loro...
tutta questa fatica,
arrivano e la tua testa subito si sveglia
è solo un assaggio.
parte in quarta e...in men che non si dica
Sarà un lavoro doloroso, difficile.
tac! Il collegamento è fatto:
Devi scavare dentro di te
e quella cosa che prima era solo un pensiero lontano
e tirare fuori cose che ti faranno star male,
adesso è una conferma
mannaggia a loro,
o forse no?
"Le nostre vite sono fatte di sole coincidenze?" (così era all'incirca) qualcuno ha chiesto.
"Le pillole assolutamente no
O forse la vita è fatta ANCHE di coincidenze?
...mi raccomando...
Le coincidenze non sono SOLO coincidenze, sono barlumi di luce
piuttosto cambia medico
sono come quella lucina tenue, azzurra che un caro amico usa di notte per leggere il suo libro
io non le ho mai prese
e che illuminano quello che noi vogliamo venga illuminato,
ma non vanno bene
la pagina del libro che stiamo leggendo,
lo so di certo.
che ci interessa leggere.
Chi è che dirige la nostra strada? Noi?
Parla molto,
O le lucine?
ma niente pillole".
Certo è che le coincidenze non capitano mai a caso
Tutta quella strada,
mannaggia a loro...
tutta questa fatica,
arrivano e la tua testa subito si sveglia
è solo un assaggio.
parte in quarta e...in men che non si dica
Sarà un lavoro doloroso, difficile.
tac! Il collegamento è fatto:
Devi scavare dentro di te
e quella cosa che prima era solo un pensiero lontano
e tirare fuori cose che ti faranno star male,
adesso è una conferma
mannaggia a loro,
o forse no?
lunedì, agosto 25, 2008
Fazzoletti di tempo,
spiragli di vite di cui si sente quasi impercettibilmente il profumo.
Ma quante vite ci sono in una?
Quanti tempi a disposizione?
Parentesi di tempo,
tutto è sospeso
tutto è in bilico
in attesa di qualcosa,
forse di una risposta,
di un'intuizione dell'animo o del cuore.
A volte fermiamo il tempo
per pensare,
per giocare,
per ridere.
Il problema è che a volte il tempo non riparte più.
è come un orologio fermo da anni, da sempre,
come quello di Closingtown.
E allora ci vorrebbe un orologiaio,
che studi gli ingranaggi,
che lo rimetta in sesto,
che lo faccia partire.
Ma forse siamo noi gli orologiai del nostro tempo
che abbiamo paura di guardare i nostri ingranaggi,
le lancette ci spaventano
e preferiamo guardare il deserto,
sempre fermo e infinito.
Forse alla fine del deserto c'è la nostra soluzione...
spiragli di vite di cui si sente quasi impercettibilmente il profumo.
Ma quante vite ci sono in una?
Quanti tempi a disposizione?
Parentesi di tempo,
tutto è sospeso
tutto è in bilico
in attesa di qualcosa,
forse di una risposta,
di un'intuizione dell'animo o del cuore.
A volte fermiamo il tempo
per pensare,
per giocare,
per ridere.
Il problema è che a volte il tempo non riparte più.
è come un orologio fermo da anni, da sempre,
come quello di Closingtown.
E allora ci vorrebbe un orologiaio,
che studi gli ingranaggi,
che lo rimetta in sesto,
che lo faccia partire.
Ma forse siamo noi gli orologiai del nostro tempo
che abbiamo paura di guardare i nostri ingranaggi,
le lancette ci spaventano
e preferiamo guardare il deserto,
sempre fermo e infinito.
Forse alla fine del deserto c'è la nostra soluzione...
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